MORTA
«Dottore!» «Dottore» – «E’ finita!»
La testa canuta tentenna
sul cuore
dell’adolescente.
«Dottore»
«La Vita»
La piccola morta sorride
col capo ricciuto, vanente
nel bianco delle lenzuola.
Un vecchio si piega sul cuore
dell’adolescente,
e la veneranda
figura
risalta nel grande dolore.
« Ma dimmi una sola
parola!
Ma chiamami ancora. Domanda
al tuo vecchio nonno
che culli il tuo sonno
leggero!
Il buio ti fa paura,
o piccola cara,
e tu ascendi il sentiero,
cercando qualcuno
che ti conduca per mano,
come il tuo vecchio nonno.
Chi trovi? Nessuno!
La voce si perde lontano».
La piccola morta sorride
nel sonno.
Un pallido raggio di sole
accenna
a entrar nella stanza
dalla finestra fiorita.
La testa del nonno tentenna.
Chi vide
sui campi di guerra
migliaia e migliaia di morti
si china, la fronte per terra,
e piange.
«Dottore» «Dottore» - « E’ la vita »
da la lontananza
del sogno. Una tenera voce
risponde all’appello:
«O nonno, nonnino bello!»
TOMBE
Nel recinto
delle tombe
le colombe
volano;
nell’antico
cimitero
bianco e nero
cantano.
Ma nel viale
dei suicidi
non più gridi,
gemiti,
non più voli
sulle croci:
Sstt veloci,
rapidi.
Non più canti
nei recinti
là, dei vinti:
rantoli.
Sul sentiero
delle tombe
le colombe
volano.
Nell’antico
cimitero,
bianco e nero
cantano.
FANALE
Un lungo fanale sbadiglia
la luce violetta
sul muro di cinta.
Il tuo giardino fiorito
somiglia
una striscia di verde, protesa
all’infinito.
Quando la luna, l’amica
della mia insonnia notturna,
fa capolino
dal muraglione
della fiorita prigione
antica,
io sogno il tuo piccolo viso
rivedo il sorriso
delle tue labbra sottili.
Quando batte alle imposte
il temporale
tu mi risorgi dinanzi,
o povera malata,
o morta del mio Male,
a diciott’anni.
Un giorno il cattivo fratello
s’incontrerà con Te, morta,
al limite dell’infinito.
Tu, libera dagli affanni,
dall’agile piede di fata,
con la tua voce flautata
d’un tempo.
Egli, vecchio anzi tempo
col peso dei disinganni,
curvo, abbattuto, cattivo.
Un lungo fanale sbadiglia
la luce violetta
vicino alla porta,
o povera Morta.
INCENDIO
Un piccolo grido di donna
sepolta
nel fuoco vorace.
E l’Uomo venuto dal basso tenace
si lancia nel fuoco
si volge – Dà un grido –
Ascolta
nel vuoto
se voce risponda.
L’Ignoto-
Un grido più fioco:
il nome di mamma,
la perfida fiamma
inonda
distrugge,
abbatte le porte,
avvolge le stanze.
Là dove già prima le danze
fervevano, ride la Morte-
La bimba è tornata,
sfidando la grande paura,
tra il fuoco sostando,
a la stanza oscura,
a prender le nuove
scarpette di raso – è restata
avvolta nella fiammata
sul tragico sfondo:
il suo biondo
finissimo crine, una fiamma –
La destra protesa
sul muro, a difesa,
la manca stringente
le inutili scarpe di raso
ridotte una bracia.
La bocca dischiusa
nel nome di mamma –
Rimasta nel fuoco vorace
la piccola cara,
così.
E l’uomo venuto dal basso tenace
Udendo quel grido,
d’un colpo di spalla spingendo
la porta socchiusa,
d’un balzo fu lì.
Il piccolo nido
distrutto dal fuoco
tremendo:
la pallida morta
vicino alla porta
scolpita
dal rosso scalpello del fuoco
sul tragico sfondo;
i piedi leggeri
lanciati ad ultima danza
sovra il dolore del mondo.
LA MORTE DEL FRINGUELLO
Uccello morto
assiderato di gelo,
sul cornicione
coperto di neve,
un lembo di cielo
smorto
ti guarda: una breve
striscia di azzurro
ti copre la tomba.
La tua piccola tomba
bianca,
che la neve ha formato,
infiorato,
spalanca
la bocca malvagia
per chiudere l’anima morta
randagia.
Sei finito senza un grido,
venendo dal nido,
colpito
da un fiocco più greve
di neve
sul candido collo
e il corpo intirizzito
è caduto
sul cornicione
della mia triste prigione,
ha udito
il tuo sbattere d’ale:
l’ultima tua canzone
il tuo appello all’azzurro.
Ma la neve, che imbianca
le cose e spalanca
la tomba agli uccelli malvagi,
ha nascosto l’azzurro in un manto
tessuto di nebbia, e il tuo canto,
l’appello
non hanno avuto risposta,
povero uccello
abitatore del cielo
intirizzito dal gelo,
che hai trovato una sosta
al tuo andare,
al dolore
vicino ad un altro randagio
che muore!
SI
Nel corridoio, stasera
ho udito quel rantolo uguale,
quel fischio.
Malato del mio stesso male,
qualcuno vicino, moriva.
M’ha detto
la pallida suora:
« E’ morto così;
con nell’occhio fisso
non so qual preghiera;
sul petto
un Crocifisso;
ma prima ha guardato il dottore.
Che pena!
Chiedevano gli occhi
stupiti
spauriti
infiniti
Aperti difronte l’abisso:
Si muore?»
E gli occhi del vecchio dottore
dicevan di si!
« Mi salvi. Non debbo morire.
E’ triste morire a vent’anni!
Mi salvi!»
«Non posso!»
diceva lo sguardo commosso
del vecchio dottore.
« Ma quando?»
chiedevano gli occhi
spauriti
stupiti
infiniti.
Che pena!
E’ morto così
chiedendo: ed il vecchio dottore
diceva di si.
NOTTE DI GELO
Ecatombe
di stelle
di pianto di stelle
alle tombe,
alla terra
che serra
i suoi morti.
Di fronte al cancello
un’ombra sorride.
Chi vide
mai tante stelle cadere?
Il Cimitero riposa
avvolto
di nebbia;
attaccata alle sbarre
del chiuso cancello
una povera cosa,
coperta di cenci, singhiozza.
E’ un bimbo che chiama
Il babbo sepolto.
Ier sera ve l’hanno portato
E nessuno ha pensato
a ricondurre il fardello
di cenci!
Che gelo
stanotte!
La strada
coperta di neve!
Il cielo
Grigiognolo e cupo!
Le stelle cadenti
piccoli cuori lucenti
sperduti nell’aria!
E nessuno passava
stanotte
dal cimitero.
Stamane l’hanno trovato,
il fardello
di cenci, attaccato
al chiuso cancello:
lo sguardo rivolto
chissà, verso il babbo sepolto!