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Franco Berardelli - La Morte Bella

L’ALTRA COSA BELLA

LA MORTE BELLA

LA MORTE LENTA | LA MORTE TRISTE | SONETTI |


XXIV MAGGIO
Udisti, o Fratello? Nell’ampio cortile
di fronte i sopravvissuti
risorsero le ombre dei morti,
compagni sconosciuti
che noi non vedemmo, il cui nome
scolpito è nel marmo possente.
Udisti, o Fratello? Vi fu
un palpito lieve, si come
ventare di candidi veli,
e un Uomo, guardando nei cieli,
ci disse: «Ciascuno dei morti è presente,
rinasce dall’epica assenza.
Voi reduci sopravvissuti
chiamateli i vostri fratelli».
Pallidi, lividi, muti
restammo: come chi sente
nel sogno, lontana una voce, sì come
stupiti da arcano prodigio!
Dinanzi, nell’alto, la Croce
del Cristo, di fronte a quel marmo;
e l’Uomo disse, con voce
tremante, il primo nome.
Dall’ombra lontana ed atroce
due livide labbra, protese
nel sole, risposer: «Presente»?
No! Fummo noi che gridammo «Presente»:
ma essi erano in noi i morti
sepolti nelle doline
dell’Istria, sull’arido Carso,
nelle trincee, nelle valli,
sulle rocce scoscese.
sui balzi lontani,
nei piani, vicino le fonti,
nelle strettoie perdute,
nelle caverne, le gole
dei monti, nei fiumi, nel sole
sepolti i morti aspettanti l’appello!
E lontano il richiamo fu udito.
Nella rievocazione, nel rito
di pace, le parole
dell’Uomo furo il risveglio
possente:
dall’Alpi, dai monti, dai piani
rispose per tutti una voce: «Presente!»
Fratello, che pensi? Ricordi?
Tu pure, tu pure, in quel giorno
sanguigno facesti ritorno,
più cupo, più triste alla terra.
Chi era? Il fratello tuo buono
colpito, di fronte, sul volto
dalla mitraglia nemica,
le brune
chiome disfatte dal fango;
il giovane viso mutato
in un raggrume di sangue,
la bocca serrata, vicino
il calcio del vano fucile,
i denti retratti, le mani
stringenti un gran pugno di terra;
nella gran fossa comune
sepolto
il povero corpo dissolto.
Tu lo vedesti nell’ampio cortile,
quando quell’Uomo chiamava l’appello
e ti risorse davanti
gli occhi stupiti, quel viso,
con i suoi sguardi sognanti
con il sereno sorriso!
Tu lo vedesti dall’ombra
uscire fantasma sanguigno
e quando quel nome fu detto
nell’ampio cortile
e noi rispondemmo: «Presente»
con brevi
singhiozzi, tu solo tacesti perché
tu forse, o Fratello, piangevi!


CHOPIN

I

Ed il singhiozzo si spezzò nel canto!
O Contessa Delfina, che nell’ombra,
avvolta in una fascia di dolore,
folle tentate
colla musica voce allontanare
la morte del malato, o buoni amici
che intorno gli siedete, Karasowki,
Gutmann, Franxomme,
e artefice di ardenti melodie
tu, sommo Liszt, che piangi sul destino
del tuo biondo fratello, silenzioso
cupo in disparte.
Che c’è? Il morente s’alza sovra il letto
fissa lo sguardo spalancato, dove
la pallida Contessa va alternando
note e singhiozzi.
Accenna a un punto. Dice un nome. Chi
nella preghiera triste di Stradella
udì quel nome pronunziato a stento?
Chi allora stava
Sul cuore del Maestro, ad ascoltare
il palpito indeciso ed interrotto?
Tu forse Gutmann,che all’estremo sonno
senza risveglio,
al capo stanco del meraviglioso
poeta della musica, porgesti
il fido petto, e si piegò sul petto
come strumento
in cui l’ultima corda s’è spezzata,
come metallo, che non dà più suono,
come un lucido mondo che si spegne,
la bionda testa.
Tu, certo Gutmann, cui il malato prese
in atto d’umiltà, vicino a morte
la mano per baciarla, solo udisti
quel freddo nome!

II

Il Maestro sognava. Sorrideva!
Quasi attraverso un prisma luminoso
creato dalla musica, vedeva
sè d’una volta,
ed una donna perfida, in un triste
eremitaggio di Majorca, posto
tra due rocce scoscese, circondato
da melaranci;
il convento, il giardino, la certosa;
le notti senza luna e senza stelle:
il sibilo del vento, che urla sempre
a Waldelmosa,
un vecchio pianoforte sovra il quale
nelle veglie notturne, il biondo capo
si piegava,e scorrevano le mani.
«E nella notte
la Certosa sinistra, solitaria
si popolava di fantasmi e sogni.
Processioni di monaci, di spettri
avvolti in sai.
Sfilavano dinanzi al sognatore,
e nella quiete dell’eremitaggio
nella cella sorgevano i Preludi
ala di canto.
Non altro c’era. Il vecchio pianoforte,
le opere di Bach, qualche «Sonata».
Non altro c’era nella cella antica
che un dio e il suo genio.

III

O Contessa Potocka, impallidita
Nell’ombra, a un cenno stanco del malato
che prolungate in un
o sforzo d’ansia
il vostro canto,
ogni pausa è un momento che togliete
alla vita dell’Uomo. Non piangete,
o Contessa Potocka! Basta il pianto
di Liszt, nell’ombra!
Basta il singhiozzo di Stradella, sopra
il pianoforte antico, a far sognare
il morente, a cullare l’agonia
lunga d’angoscia.
Voi cantate, o Contessa! Ed ampio il ritmo
delle note solenni e dolorose
soffochi nella gola il groppo delle
lagrime vostre.
Ogni pausa è un momento che togliete
alla vita dell’Uomo. Non piangete.
La vostra bella voce gli ricordi,
triste Contessa,
i fasti dell’antica gloria, quando
il prodigioso artefice di suoni
accompagnava al pianoforte il canto;
o quando solo,
nelle sale istoriate, antiche, immense,
di fronte a moltitudini in attesa,
da Varsavia a Berlino, a Vienna, a Praga
e poi a Parigi,
(alta la fronte pura, incorniciata
dal disordine biondo dei capelli),
incominciava lentamente colle
rapide mani
ad intrecciare sogni e melodie.
E la musica lenta, nell’attesa
silenziosa, saliva per le volte
delle Accademie,
attingeva l’altezza delle stelle,
vertiginosa, e come una gran pioggia
di faville e di fuoco si scioglieva
nei trilli brevi;
nei rapidi passaggi, negli Allegri
diventava la voce d’un’orchestra,
poderosa; e si stemperava in pianto
nelle Sonate;
e nei Preludi e nei Notturni, come
canto stanco vibrava, qual tormento
indefinito, spasimo, dolore
senza ragione,
e vampe, vampe gialle demonìache
invocazioni asiatica ferocia,
tempesta di terzine zampillanti,
venti invernali,
ululi nelle gole senza fondo:
latrati nelle notti senza luna:
scoppietii, scintillii, rapidi trilli,
increspamenti
come del’acqua a un fremito di vento:
mùrmuri come di fiumi nascosti,
scrosci, come di perle sui cristalli,
canti d’uccelli,
ampie volute armoniche, arabeschi
come di stelle pazze per un cielo
grigiognolo ;veloci inseguimenti
di note basse.
Scherzi ironici, tristi, disperati
uragani di trilli e di sfavilli!
Colorazioni d’ombra e di tristezza
cupi capricci!


LA MORTE DI CHOPIN
Ascolto
il fanciullo divino
l’artefice di melodia.
Piegato sul folle violino
sconvolto,
col corpo
lanciato in avanti,
cogli occhi vaganti
acquarellati
di pianto
nel volto
contratto,
coi corti capelli tagliati
a moda di paggio,
dorati da un raggio
di sole,
col pugno nervoso e veloce
stridente l’archetto,
io guardo.
Non so chi mi dice,
guatando nell’ombra:
Là muore Chopin.
- Son tutti? Chi manca?
- La bruna scrittrice.-
Sul letto. Là in fondo
il Grande Infelice
risogna il suo sogno passato,
rivede la snella figura
nel’abito chiuso di amazzone,
col sigaro spento, lanciarsi
in groppa del Sauro;
le vene, i polsi arsi,
le chiome
precinte di lauro
sì come
l’antica guerriera
colpita dal destro
Centauro,
accenna il Maestro
lontano:
-Cantate, Madonna al morente
per l’ultima volta.
Destate
i melodi sogni d’allora.
La limpida voce ricordi
Chi manca- Abbreviate
gli accordi
del piano.- Signora,
cantate!-
Piangete?
Il Grande Infelice ha sete
di luce e di canto, Signora.
E sale la voce piangente,
sul letto di morte il divino
malato
ascolta, beato,
la musica
triste e salente,
la voce spezzata
dell’ultima Amata-
E a un tratto
(la voce
più lenta
diventa;
il raggio
che imbionda
la pallida donna, si spegne;
un uccello spaurito
fuggito
dal nido
dà con la testa nei vetri)
un grido terribile sale:
«E’ morto!»
Il canto si tace.
Sconforto,
angoscia mortale.
Composta nell’ultima pace
la testa romantica,
riposa nel dolce abbandono
del sonno, metallo
che non dà più suono.
Fanciullo divino,
interprete biondo,
artefice di melodia,
sul folle violino
ansante, piegato, piangente
tu strappi
l’estrema armonia,
con l’ultimo colpo del dito
la nota morente,
e cedi, sfinito.


GLORIA
Alpini di Antonio Cantore
il sole si ferma,
nascendo, movendo, sull’erema
ruina che chiuse quel cuore!
La roccia del monte,
(la punta delle Dolomiti,
dov’egli piegò la sua fronte,
le tempie ferite)
s’illumina al rosso splendore.
Alpini
dispersi
dai vostri diversi
destini
pel mondo,
è il giorno sanguigno
di luglio quest’oggi?
Sul greppo rossigno
in cima all’abisso
il generale Cantore,
il Crocifisso
della Tofana, s’affaccia
rivive nell’ampia gesta:
la faccia
sepolta
nell’aspro crepaccio
la testa
canuta,
cui il sangue fa rossa cornice,
rivolta
al sole che muore
un povero braccio
che incita ancora:
Oh! Non lo poneste
Alpini della Tofana
ai piedi delle Dolomiti,
le sue ferite
fasciate nel telo da tenda
e a fianco la spada?
Oh! Non lo piangete,
Alpini di ogni contrada?
Eppure nel luglio, se aggiorna
o il sole saluta, morendo,
le vette dell’Alpi,
il Generale ritorna!


CAPITANO GULLI’
Il cielo è trapunto di stelle,
che piangono la luce inerte
sull’onda;
la luna rischiara
la rada profonda
le azzurre deserte
sottomarine città
La nave ferita nel fianco
affonda!
Il faro della Mosella
illumina il ponte,
rompendo l’oscurità.
Su la coperta
della nave deserta,
il Capitano sta
immoto, la mano
a la fronte,
avvolta
di luce:
saluta per l’ultima volta,
e il vento conduce
lontano
il grido del Capitano
Gullì:
«Per l’Italia,la Patria,
sia la mia tomba qui!»
Sul ponte,
dov’egli era solo,
l’eterna nemica
è giunta!
E l’anima antica
protende il suo volo
verso la volta, trapunta
di stelle.
E l’onda
ricopre la nave che affonda.


LA LEGGENDA DI PAO-SA
Languiva l’ardente
fornace
nell’erema casa perduta.
Un uomo attendeva, nel buio
de la notturna pace,
che l’opera fosse
compiuta.
Con sguardo febbrile
cercava qualcosa d’intorno,
per alimentare la fiamma
morente!
Non c’era più nulla, ed il forno
languiva.
Da fuori giungeva
la voce d’un triste cantor senza nome;
narrava di come
la vita si debba aservire all’Idea.
Tu, immoto,
seguivi quel canto d’ignoto,
che dalla strada saliva,
e certo pensasti in quell’attimo
che poco
valeva la vita, la luce del giorno,
se fosse perita l’Idea;
e ti lanciasti nel fuoco!
Dalla fusione
del legno e del cuore
l’opera nacque:
e quella canzone
d’un vagabondo cantore
divenne epopea!

Pao-sa fu il primo fonditore del caolino e creatore dei magnifici vasi orientali


FRANCESCO D’ASSISI
Passava, fra il dileggio della gente,
per le strade d’Ascesi,
lungo la via che porta a San Damiano,
lacero, muto, con la croce in mano,
li figlio del mercante Bernardone.
Chiedeva l’elemosina ai passanti
per rifare la Chiesa, come il Cristo
Gli aveva detto, in una sua visione.
Un tempo, invece, tra le danze e i canti,
tra le veglie e i conviti
trascorreva le sere in allegria,
coi compagnoni,
e sotto le finestre delle bionde
ascesane cantava le canzoni
giovanili e gioconde
. Un giorno nella chiesa della valle
il sacerdote aveva commentato
un passo del Vangelo: « Non vogliate
possedere né oro, né pacunia
nella vostra cintura,
né vesti, né calzari, né bastone,
né bisaccia pel viaggio ».
Francesco aveva udito il sacerdote,
gettò i calzari, l’oro e la cintura,
le vesti ed il bastone
per il pellegrinaggio:
cinse un rozzo mantello
e il figlio del mercante Bernardone
divenne poverello.
La gente lo scherniva,
quando passava con la rozza croce
in mano, tutto avvolto nel mantello
;
la gente gli gridava ad una voce: « Evviva, evviva
il Poverello!»
Egli sfuggiva
gli allegri compagnoni d’una volta,
e con la barba incolta,
con la sua fronte pura,
passava, tra il dilleggio della gente,
predicando la pace, amore, oblìo,
fiducia in Dio.
Al povero, che muto
tendeva la sua mano a chi passava,
porgeva il suo saluto,
chiamandolo col nome di fratello.
La gente per le strade lo seguiva,
la gente lo scherniva,
la gente gli gridava: «Evviva, evviva
il Poverello! »
E cresceva la gente poverella.
Ad Ascesi venivano sui monti
dell’Alvernia, su quella
altura solitaria, presso i fonti
d’acqua limpida i frati cavalieri
che altra arma non avean che il Cristo in croce
ed altro non voleano scudo avere
che l’oblìo di se stessi nel Signore.
Venivano e dicevano preghiere,
sostanziate di fede e di dolore,
di rinuncia e di pianto: e per la terra
itala madre
dall’Alvernia partivano le squadre
dei Povereli in ome del Dio Padre
e di Francesco, suo Gonfaloniere,
per combattere la più santa guerra;
altre armi non avean che le preghiere
e i Cristi in croce.
Tra l’avara superbia e le sdegnose
minacce dei potenti,
lo scoramento e il pianto delle genti,
ad una voce,
predicavano pace, amore, oblìo
delle terrene cose,
fiducia in Dio.
Si spingevano oltre i mari e i monti
in regioni e contrade sconosciute,
pronti al cruento sacrificio, pronti
a varcare frontiere,
a perdere la vita e la salute,
a superare ostacoli ed abissi,
altre armi non avendo che preghiere
e crocifissi.
E spargrevano il canto
nel mondo: sii lodato, mio Signore,
per sora acqua, pretiosa, umile e casta,
laudato sii per nostra madre terra,
la quale ne sostenta e ne governa;
laudato sii, mio Signore,
sii tu per nostra sora corporale,
la morte, da la quale nessun uomo
vivente può scampare!
E spargevano il seme dell’amore
su la terra e sul mare;
e cantavano la potenza eterna
di Dio, la pace, l’umiltà, il dolore.
E dopo aver finito il lungo viaggio
in un pellegrinaggio,
scalzi, laceri,muti con i volti
lividi per le veglie ed i digiuni,
con i capelli incolti,
con gli occhi spenti nelle facce scarne,
con nelle membra il segno delle funi,
con sulle spalle curve, senza carne,
un umil saio ruvido i fratelli
superstiti, tornavano sui monti,
e presso quelle fonti
e sovra quelle alture
piegavano le fronti
cantando il Cantico delle Creature.
Notte. I selvaggi monti
dell’Alvernia parevano lontani
con le rocce scoscese e un’erma altura
San Francesco era là, presso le fonti,
in ginocchio: tendeva le sue mani
fragili al cielo, la sua fronte pura
nella calma lunare.
Fremeano i venti scossi. La natura
taceva. Un denso velo
avvolgeva le cose, intorno al santo,
e, nella notte oscura,
gli alberi dell’Alvernia
tendevano le cime eccelse al cielo.
Quand’ecco un lieve canto
si diffonde nell’aria, a poco a poco,
un singhiozzo di liuti,
un triste suono d’arpa da lontani
pianori sconosciuti.
Arsero i monti dell’Alvernia. Un foco
si sparse sulle rocce per l’altura
al Poverello intorno.
Due buoni mulattieri, risvegliati
dai limpidi chiarori,
credettero tornato fosse il giorno
e presero la via per il ritorno
nella Romagna.
Laggiù nella campagna
solitaria i pastori
che vegliavano il gregge,
videro sbigottiti la montagna
tutta ardere, e piegarono la fronte.
San Francesco sul monte
pregava sempre con la testa china
ascoltando quel canto e quella voce
musica, che pareva più vicina.
Un Serafico apparve sulla croce,
con sei ali splendenti,
e con volo veloce
mosse verso l’orante. Sull’altura
tacquero i venti;
il sacro foco
sui monti si spegneva a poco a poco.
sorgeva un’alba chiara
dopo una notte oscura,
sovra i rupestri monti,
sovra i selvaggi piani;
una nova canzone
d’angeli si perdeva
nella vasta pianura.
E Francesco s’alzò: guardò le mani,
i piedi nudi e scarni. Cristo aveva
impresso i segni della sua passione,
il sigillo d’amore
sui piedi, sul costato, sulle mani
del povero serafico in ardore.
E venne il quattro ottobre, il triste giorno!
Nella misera cella
della povera chiesa di Maria
filtrava un raggio del fratello Sole.
Fuori nell’aria trilli, canti, voli
d’uccelli s’intrecciavano.Vicino
a San Francesco c’era
madonna Jacopa dei Settesoli
co’ due figlioli,
e più lontano i frati poverelli.
Il Santo benedisse i suoi fratelli,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amassero a fede.
Come chi chiede
solo un’ultima grazia, chiese a quelli
che gli stavan intorno,
di portarlo di fuori su la terra
nuda, lungi la cella.
I fratelli lo presero. Di fuori
rideva un giorno
d’autunno senza nebbia. In cielo c’era
alto il fratello Sole.v E fu posato su la nuda terra
com’egli volle.
Dinanzi si stendevano le zolle
fertili, i campi, e poi laggiù la nera
e profonda foresta.
In quella festa
d’azzurro in alto la città svaniva
quasi sepolta.
Il poverello tutto volto al cielo
sentendo che la sora corporale
morte veniva
sorrise un’altra volta;
con la mano tremante
benedisse i Fratelli, benedisse
il declivio d’Ascesi, chiuse gli occhi.
E Francesco spirò sì come visse:
povero santo!
Da prima fu come un sommesso pianto,
i frati si piegarono a’ ginocchi,
baciarono piangendo un lembo della
sua veste. La sorella
Jacopa a terra singhiozzava presso
il volto chiuso e immobile del Santo,
e poi il sommesso
pianto finì in sonoro canto:
il cantico del Sole.
I poverelli
verso Ascesi ripresero la via.
Le suore ritornarono ai conventi
per spargere la nuova tra le genti.
Nella piccola cella
della povera chiesa di Maria
Santa della Porziuncola, sorella
Clara pregava per i suoi fratelli,
ch’erano in camposanto.
Sulla testa del Santo
un largo volo insolito d’uccelli.


SANTA LUDOVINA DI SCHIEDAM

Dio non abita nei corpi floridi
Santa Ildelgarda

I

Da la pelle sottile e trasparente
pullula il verme e con il corpo molle,
viscido, acquoso scivola sul ventre
ed i fianchi già invade;
la carne ne ribolle,
fumiga come sotto a tizzo ardente,
putrida, scoppia e cade
a croste, a lembi, mentre
nel tessuto incorrotto i nuovi germi
apronsi nuove strade.
Il destro braccio
consunto è fin nell’ossa
dal «male delli ardenti»;
livido , il petto piatto
intra i due seni infermi
su cui un tumore flaccido spalanca
l’infetta bocca, e donde, fiata a fiata,
cola giù acqua e sangue putrefatto.
Ecco la faccia bianca, troppo bianca;
la bella fronte amplissima, ferita
giusto nel mezzo; tempia esangui, a fossa:
una pupilla rossa, insanguinata,
e l’altra senza luce e senza vita.

II

Il vento della gelida mattina
nel nebbioso febbraio
sibila fra le imposte mal connesse;
giunge impetuoso sino al letamaio,
ove, a voci sommesse,
piange, prega, sospira
la vergine di Schiedam, Ludovina!
Stride la porta, e gira
lentamente sui cardini, sospinta
dalla mano pietosa di un’amica;
questa, con piè leggero, s’avvicina
a l’inferma, sfiorando quasi il suolo
(che un rumore lievissimo affatica
l’infaticabil duolo);
pallida, ne rimira
il gonfio corpo informe,
disfatto dall’eterna sofferenza!
Se Luovina dorme,
zitta si siede ai piè del letto, e resta
lungo tempo così vicino, senza
muoversi, e la sogguarda con amore,
come una madre al fantolin che muore.
S’Ella poi è desta:
«Buon giorno, malatina!»
«Buon giorno, mio Dottore!»
La Santa tra le lagrime e un sorriso,
dolcemente risponde.
Ma il freddo della notte ha congelato
il pianto, e su quel viso,
sovra le gote un tempo rosee e tonde,
giù dai grand’occhi miti
cadendo, preziose stalattiti,
si son fermate lagrime di sangue.
Ad una ad una, religiosamente,
come compisse un rito,
la fida amica con leggero dito
le stacca, e dentro un cofanetto d’oro
le conserva, e nasconde
tenendole più care d’un tesoro!

III

Niuna parla umana erma conforta
la sofferente, d’ogni luce priva;
eppur vive, ma come fosse morta;
e si spegne sì come fosse viva,
lentamente, ogni giorno, poco a poco.
Dentro la avvampa il foco
Celeste; le sue viscere consuma,
e orrendi solchi scava nelle membra,
che un unguento invisibile profuma.
Mirra, cannella, cinnamomo sembra
distillino le piaghe….chi penètra
nella camera infetta, buia e tetra
Sente un odor profuso
qual di fragranze in ben difesa serra,
come di fiori in un giardino chiuso.
Ma il dolore è lì, vigile; e la afferra
e la contorce in spasimi; né vale
il più soave aroma della terra
a mitigarne il ritmo aspro e fatale,
né il profumo più dolce
la carne inferma e il fermo spirito molce.
Vittima volontaria e rassegnata,
l’umile Ludovina
gli altrui peccati sconterà soffrendo,
e accoglierà del mondo tutto il male
nel suo piccolo cuore.
Uomini, cose le faranno guerra;
in un triste crescendo,
s’abbatterà su Lei l’ira divina,
il Magnifico Amore!
Le notti, alte, invernali,
gli angioli biondi le verranno accanto
e, ventilando l’ali,
unico al Cielo, scioglieranno un canto
di conforto e di pace.
All’alba s’apriranno in doppia fila,
per dar passo all’Eletto,,,,
Ogni canzone tace,
ogni sussurro angelico, ogni voce!
Ecco, le braccia in croce,
Gesù s’appressa al letto,
s’avanza nello spazio luminoso;
la chioma bionda e lunga
sparsa giù per le spalle e sovra il petto;
biancovestito, quasi a nozze giunga;
regale, eppur benigno nell’aspetto:
circonfuso da un nugolo d’incenso.
Trae l’Ostia Consacrata,
ben protetta dai veli;
invoca a lungo il Padre, ch’è nei Cieli,
e s’oblìa nel pregare.
La felice malata
a Lui tutta rivolta,
ne prende la Divina Comunione!
A un tratto Egli scompare,
si perde nella luce a Sé raccolta
fra le laudi ed i cori
degli angeli canori!

IV

Ahi, Ludovina, Ludovina, quanta
in quarant’anni, luce di passione
e di martirio sul tuo capo, o Santa!


TESTAMENTO
Questo lembo di cielo
ch’io guardo, ed è sempre lo stesso,
grigio, uniforme, monotono
come un sudario,
questo velario
di nebbia
che copre ed avvolge l’azzurro
e stanca lo sguardo,
mi sembra sia l’ultima cosa
ch’io forse vedrò con piacere.
Perché sono stanco
di tutto; di vivere ancora
in questa dimora!
Vedere due volte al giorno
un camice bianco, che chiede con voce uniforme:
Ha febbre? Non mangia? Non dorme?
Sentire parole, parole,
da la stessa bocca.
Pensare che forse mi tocca
morire
tra poco.
Ebbene quando morrò
non voglio né il salice triste

che copre la tomba di un mio fratello maggiore
nel cimitero di Pere La Chaise.
Non voglio né l’ombra dei verdi
cipressi, né un fiore,
sul marmo
che chiuderà le mie ossa,
non vane parole
scolpite,
null’altro che il sole
e l’oblìo.
Tu, Padre,
che vedi sfiorire
la mia giovinezza
ad ogni soffio di vento,
quest’è il testamento
che, senza tristezza,
ti lascio.
Coprite la tomba
col lembo del cielo
ch’io guardo,
ed è sempre lo stesso
grigio, uniforme, monotono,
come un sudario.
Han circondato d’aiole
i recinti
dove riposano i vinti,
e di sole.
Han chiuso lo steccato
con edera e glicini;
hanno murato le porte
coi fiori vermigli,
forse perché non somigli,
a chi giunge di fuori,
la casa della Morte
un parco abbandonato.



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