Roma 1908 - Roma 1932
A L’ADDA
Io non ti conoscevo, fiume
dalle mille canzoni, dal cuore
profondo come quello dell’uomo.
Io non sapevo che tu,
col ritmo gioioso ed uguale,
cullassi i sogni di quelli
che hanno il terribile male
e non sperano più.
Anche io …A diciott’anni!
E venni qui, per guarire
quella tremenda ferita
che mi s’aperse nel petto,
tra questi tuoi monti nevosi,
per chiudere il solco sanguigno.
Venni qui. Una pena,
nel cuore, infinita,
il desiderio di morire
senza uccidere la Vita:
così, finire
per una breve vena
spezzata nel cuore.
Io fui, nelle pinete sonore
del canto del vento,
dei trilli degli uccelli,
un numero tra quelli
che hanno il terribile Male.
E non ti conoscevo. Ma un giorno,
pensando al ritorno
verso la madre comune,
mi fermai sulle tue sponde, o fiume
dalle canzoni gioconde,
che porti al cuore dell’uomo,
col canto, i ricordi ed i sogni,
le dolci speranze,
al cuore dell’Uomo!
E mi fermai sulla tua riva.
Quasi da polla viva
acqua scrosciante
balzò dal tuo cuore gigante
il canto più forte:
la sfida alla Morte,
la sfida al Dolore
Chino sulla tua sponda
ti sentii fremere,come
in un’orchestra gioconda
un fragoroso strumento
tentato da musiche dita.
Chiamai, folle, piangendo, un nome
di donna!….Ah! La Vita!
Risento
quel nome salire
nell’onda, se, o fiume benigno,
riprendi il tuo canto.
Mi chino, ti guardo, sogghigno,
ma ho gli occhi bagnati di pianto,
e penso che devo morire
ALLA MALINCONIA
Malinconia, tu torni
da ignoti lidi. Sai
ciò che non torna mai,
ciò che non torna più,
Malinconia, tu
dimmi, perché non ritorni?
Il Maggio già è passato
nel tuo giardino antico,
Malinconia, un amico,
che batte alla tua Porta,
vorrebbe entrare, o sorta
dal Nulla. Egli è malato.
Tu accoglierai l’amico
che t’amò tanto un giorno,
ed ora fa ritorno
dalla noia infinita,
triste come la vita,
nel tuo giardino antico.
Io odio la tristezza,
la tua sorella.
Tu aprimi; se quella
dorme, se quella è morta,
tu aprimi la porta
della mia Giovinezza.
Io batto alla tua porta
con un fiorito ramo.
Accorri al mio richiamo.
In giorni molto tristi,
io lo ricordo, apristi
all’Anima Mia Morta.
ALLA MIA PICCOLA SORELLA
Ginetta, i tuoi occhi
azzurri, profondi,
i tuoi biondi
capelli ricordano al triste
fratello
un tempo lontano,
un suo sogno vano
de la Giovinezza.
Tu guardi. Non pensi.
Tu reciti piano
i versi del nostro Trilussa
< er porco che va
col fracche
e cor vetro all’occhio
ne la Società >
< la scommessa der sole
der vento >
< la viola modesta>.
Tu dici quei versi
Distratta, seduta
su una piccola pietra
del nostro giardino;
il giardinetto, chiuso
dalle aiole, sopito
nel verde,
in una festa di sole.
La tua voce
disperde
i miei sogni.
La tua cara voce.
Ascoltami. Taci
Un po’, mia sorella.
Non dire Trilussa.
Parlami de la bella
castellana che bussa
al castello incantato
per chiedere baci.
Tu rievochi un mondo,
il tuo mondo
vivente
negli occhi stupiti,
i sussurri
degli elci, la vita
di Fate ridenti
bianchissime e bionde,
dagli occhi infiniti
ed azzurri,
che intrecciano fiori notturni,
profumi distillano e sogni,
al lume di luna,
nei loro boschi taciturni
fioriti di meli cotogni.
Rievochi tristi
Amori di re e di regine
di mondi mai visti:
le storie di maghe e di maghi
nascosti nei gorghi profondi
dei laghi;
di vagabondi
reucci in cerca d’amore
di belle bambine
fresche, che aspettano i biondi
paggi al verone.
Il tuo mondo multicolore
rivive nella canzone.
Tu ripeti la favola
dell’Uomo e della Scimmia,
ed io ti guardo e rido
quando tu dici:< Sfido
t’arrisomijo tanto>.
Lo dici così bene
con sulla bocca
un lieve sorriso
con nelle pupille serene
l’azzurro del cielo.
Il sussurro
della tua bocca,
il piccolo gesto
delle labbra inarcate,
il modesto
sorriso,
un’ombra, chissà, di tristezza
sul viso,
una ruga piccina
in mezzo alla fronte,
le pronte
parole,
i tuoi occhi profondi,
in cui ride il sole,
i tuoi biondi
capelli
ricordano al triste fratello
un tempo lontano,
un sogno suo vano
de la Giovinezza.
IL PASSATO
Sul pizzo di Coca la luna
ricama
una trama
breve
di luce
sul candido strato di neve,
il raggio
somiglia
un ago sottile,
che cuce,
che intesse
in piccole file
il miraggio.
È un gioco fantastico e vano
E l’agile ago,
che la invisibile mano
d’un mago
conduce,
trascorre sul bianco telaio,
più lieve
che il frullo d’un’ala
di sopra un rosaio.
La punta di Coca somiglia
la testa d’un moribondo,
che sfida
il cielo: un crepaccio profondo,
tra il pizzo e la punta si apre
quasi una bocca vermiglia
che rida.
Vicino s’innalza
il Pizzo di Rose, che sfuma
su d’uno sfondo violetto,
in un candore di spuma
e degrada di balza
in balza, giù, fino al piano.
Io sogno e mi vedo lontano;
ritorno bambino.
Il Pizzo di Coca diventa
un chiaro giardino,
perduto nella memoria,
lontano dalla tormenta
del mondo.
Rivivo
nel rapido sogno d’allora
la mia triste storia.
Una bionda Signora:
mia madre,
un Uomo, cha mi sgridava
quand’ero cattivo:
mio padre;
una vecchietta patita,
ma bella, che sempre giocava
con me, che riposa
in una piccola bara
in una valle fiorita;
Giovanna, l’altra mia ava.
Un vecchio
dalla gran fronte rugosa,
dalla faccia limpida e chiara,
cullava il mio sonno:
mio nonno.
E il giorno una tavola lieta,
con sopra le azzurre stoviglie;
la sera, il giardino incantato,
fiorito fra le meraviglie.
Ed ora?
Non c’è la Signora;
il babbo, mio nonno, mia nonna
ove mai sono? Una donna
sconosciuta sta presso il mio letto;
la Suora,
la tavola lieta?
Il mio piccolo orto?
Una cupa pineta
un lungo refettorio
un triste Sanatorio
ove il Passato è morto.
Dolce malinconia
della sera di maggio,
che mi creò il miraggio
la fantasmagoria
di quel passato vano!
Vento della montagna,
voce sonora e buona
dell’Adda che accompagna
il ritmo del mio sogno
per il silente piano
e al vento l’abbandona,
tutto è finito. Ritorna
il povero malato
di tutto innamorato
che piange sul suo giorno
già rivolto al tramonto,
che porta la corona
di spine, e sotto il peso
della sua Croce, sale
il suo Calvario triste
come il povero Cristo,
dopo aver tutto reso
al mondo; la Bellezza
la stanca Giovinezza,
ch’egli non ebbe mai,
che tiene con sé ancora
nell’anima che langue
l’inguaribile male,
e riga il Calvario di sangue.
Il sogno è vanito.
La punta di Coca ritorna
la testa d’un moribondo,
che sfida
il Cielo. Il crepuscolo profondo
con una bocca sanguigna,
su la sottilissima trama
che il raggio richiama
sogghigna.
TRISTEZZA
Stasera è venuta
La dolce sorella
che ha nome tristezza.
M’ha detto:
- Son giunta
al tuo cuore malato,
ho vegliato
vicino al dolore
il tuo sogno Passato.
Ed ora ti chiamo
con muta
preghiera.
La sera
discende.
Nel vento
che fende
il tuo orecchio,
si perde il richiamo,
son giunta
consunta
dal lungo abbandono
al mio fratello buono -.
Io le risposi, piangendo:
-Mia piccola amica,
Son vecchio,
e tu sei mutata.
L’antica
immagine amata
dov’è?
Il tuo piccolo volto
sepolto
tra i fiori
velato di geli notturni
i tuoi occhi taciturni,
le meste
parole,
la veste
intessuta di sole,
la strada percorsa
via in corsa
tra i lauri ed i mirti,
i tuoi profumi di viola
ricordo.
Ma il tempo t’ha avvolto.
Tu piangi da molto lontano
ed il fratello sepolto
ti guarda e ti ascolta.
Cosa d’un’altra volta,
d’un altro tempo vano!
Che aspetti? Una buona
parola?
Abbandona
un morto alla vita!
Io chiuderò il mio ricordo
vicino una siepe fiorita,
dinanzi la porta
del cuore
malata d’amore,
risorta-.
Lei non mi rispose.
Si volse, fuggì
Rimasi triste, così
nella fissità delle cose.
PRIMAVERA
Povera primavera!
Quest’anno non ritorni
più con la gioia. I giorni
son trascorsi. La sera
scende nella mia stanza,
piena d’ombra e di sogni,
sempre come chi agogni
la triste lontananza.
Io sono un buon amico
che torna alla Vita
colla noia infinita
d’un desiderio antico:
quel di godere, senza
soffrire. S’allontana
nel sogno, cara vana,
la mia Adolescenza.
Tu mi ricordi un sogno,
che nel Tempo vanisce,
il ricordo affluisce
al cuore, ed io più agogno
quella felicità
che vai cercando, nella
vita. Ignota Sorella,
quella che non si ha;
e che nessuno brama
per sé, perdutamente,
quella che non si sente,
quella che non si chiama,
perché è lontana, più
del Sogno della Vita,
nel deserto smarrita
lontanissima. Tu
la cerchi: io la desidero
la faccio nel mio sogno
più bella, e più l’agogno,
ma gli occhi non la videro.
Non videro, perché
nei tuoi grandi occhi tristi
vidi mondi mai visti
ed in Lei amai Te.
Povera Primavera!
Tu sei quello ch’io sono
un canto d’abbandono
che nasce con la sera
di maggio. Ecco ritorni
dai tuoi lidi di sogno.
Ecco che io t’agogno
più del passar dei giorni.
Il vento, sempre porta
al cuore una preghiera:
Povera Primavera,
sei l’anima mia Morta!
SU UN ALBUM
Io ti guardo con tanta
tristezza
immagine di sconosciuta
malata di giovinezza,
perduta
nel tempo, che tutto scolora,
che io, vecchio, ritrovo
nelle pagine antiche,
un po’ stinte,
dell’album
che guardo, con nuovo
rimpianto.
Chi sei? Una Signora
forse una delle amiche,
forse una delle vinte.
Nel ricordo che sfiora
la mia vita d’adesso,
io ritrovo lo stesso
sorriso di allora!
Una fanciulla, che cura
con vigile amore,
il mio povero cuore,
il mio povero corpo
rattratto ed affranto.
Chi sei? Nel rimpianto
il Tempo scompare:
tre anni, quattr’anni
che sono? Un girare
di ruota.
E l’immagine ignota
si fonde, nel vano
ricordo,
con la sorella buona,
come, nella corona
che sovra le tombe poniamo,
il fiore appassito si fonde
col fiore
appena staccato dal ramo.
E rivedendo me stesso,
fantastico tanto lontano
tanto diverso da quello
d’adesso
un cattivo fratello
che disprezzava la vita,
che non voleva l’Amore,
qualche lacrima amara
sulle pagine antiche
un po’ stinte
dell’album
rischiara
un piccolo spazio ingiallito.
E l’anima affranta
rimpiange il suo sogno svanito
e ti guarda, con tanta
tristezza.
Immagine di Sconosciuta
malata di giovinezza,
perduta nel tempo
che tutto scolora.
QUADRO
Grigiore di nebbia sui monti!
Serate monotone e tristi!
Aurore sinistre, sinistri
tramonti!
Colori confusi nei lembi
del cielo di solfo,e di croco:
fuggevoli lampi di fuoco
nei lembi.
Un lungo lampione proietta
sul viale della Pineta
la pallida luce discreta
violetta.
LE FINESTRE
Le finestre, che s’aprono
nella mussola grigia
della nebbia salente
sulla malinconia
della tortuosa via,
sembrano sbarre di ferro
d’una prigione lontana.
Un’ala agile fende
la nebbia. Risale,
discende
nella tristezza dell’aria
il volo di una procellaria,
raccolto in un battito d’ale.
È il mio pensiero che vola,
attraverso la tenebra grigia,
dalla finestra e protende
le ali veloci
verso l’azzurro.Nel fondo
si perde.
E l’Anima guarda partire
qualcosa di sé,
verso il miraggio del mondo,
attaccata alle barre
di ferro della prigione
del male.
NOTTE D’AUTUNNO
Nell’aspra foresta di fronte
al monte,
che termina a picco,
che domina il piano del fiume
sonoro,
gli abeti ingialliscono, quando
l’autunno ritorna.
Somigliano chiazze di rame
sul vasto tappeto dei pini,
riflessi di lune
nell’oro
del plenilunio sereno.
Le stelle arabescano il cielo.
Impazzite
percorrono in fuga
gli spazi dell’aria,
ricamano trame
infinite
di luce, le cime sopite
nel gelo
accolgono gli astri cadenti.
La Notte nel molle velluto
racchiude le piccole vite
lucenti:
l’autunno ritorna.
Tristezza di pianto sul mondo
se aggiorna!
Tristezza di stelle morenti
le notti di luna!
Caduta di foglie!
Grigiori di nebbia nell’aria
nel cuore
che chiude
speranze perdute,
come la notte che accoglie
le povere stelle cadute!
CHIESA ALPINA
La bronzea campana spalanca
nell’aria la gola canora,
riempie la valle sonora
di stanca,
monotona, triste, armonia!
In alto una rupe scoscesa!
La croce, che addita la chiesa,
la via,
tra i pini, gli abeti, i cipressi,
è meta d’uccelli vaganti,
che innalzano rapidi canti
sommessi.
E quando la luce vermiglia
annunzia, morendo, la sera,
il canto diventa preghiera.
Somiglia
un coro di musiche voci,
orchestra d’ignoti strumenti,
portato, da lungi, sui venti
veloci.
Ascolto la voce talvolta
del bronzo venire lontano
perduta tra gli echi del piano
sepolta.
Nel rosso tramonto la chiesa
biancheggia, nell’aspra salita
la croce, sul culmine, addita
l’ascesa.
Io penso alla croce, che addita
nel tempo la nostra scoscesa
terribile e rapida ascesa;
la Vita.
PIANTO D’AUTUNNO
Albero, che ti spogli
della verde
ipocrisia
e ricopri la via
di morte foglie,
non una le disperde
non una le raccoglie
ala di vento.
Cadono in giri rapidi,
cadono in volo lento,
albero sonnolento.
Ti rassomiglia l’anima:
butta le tue speranze,
si sveste delle spoglie
primaverili, come
tu delle foglie;
non una le raccoglie
ala di canto!
VECCHIA CANZONE
Velario
di nebbia piovigginosa
sulla tranquilla via
il cielo diventa!
Sudario
di malinconia
avvolge ogni cosa!
Il vento tormenta
le cime dei verdi cipressi,
gli allori,
rifugio d’uccelli canori,
che chiudono il breve sentiero,
nel recinto del cimitero
dove il mio amore riposa.
Dall’urna
che porta il suo nome,
fuggendo la prossima pioggia
notturna,
volando rasente le tombe
si leva uno stormo
di bianche colombe.
DELIRIO NOTTURNO
Delirio notturno!
O vane parole
di bocca che duole
ne la febbre di un taciturno!
Mano di ferro, che opprimi
la povera fronte,
quando una benda nerastra
di cielo s’incastra
nella finestra difronte!
O spasimo delle prime ore
notturne!
Di fuori
si frange, si strozza
ritorna, singhiozza,
la voce del vento
di mezzo febbraio
tra mille rumori!
Che sento, che sento
intorno ai polsi brucianti?
Manette, manette d’acciaio
che ho, ma che ho qui sul petto?
Chi ride davanti
al mio letto?
Fantasma sanguigno,
che sventoli con un sogghigno
innanzi al mio volto disfatto,
sul tronco tuo braccio
lo straccio
de la mia giovinezza
che male ti ho fatto?
I fuochi della fantasia
innumeri, ardenti
s’accendono, passano via
sugli occhi miei spenti!