Col termine “pacchiana” deve intendersi non solo la contadina, ma in genere
la donna di modeste condizioni (moglie di un commerciante o artigiano) in contrapposto
alla signora, che veste secondo la moda di Napoli. Col passare del tempo, nei piccoli paesi
si sviluppa il gusto di perfezionare e rendere prezioso un abito fino ad allora poco ricco.
La varietà e la bellezza del costume femminile in Calabria si distingue nel costume di Nicastro,
che consiste in un panno rosso intorno alla vita e sopra una gonna lunga con ricca plissettatura
e, raccolta e legata dietro, in modo da formare una coda.
Il costume tradizionale maschile può dirsi quasi totalmente scomparso (salvo alcuni elementi, conservatasi specie
presso i pastori), esso ha rappresentato per secoli uno dei tratti più caratteristici dell’ambiente popolare calabrese,
anche attraverso l’iconografia del famoso “brigante”.
Alla fine del secolo scorso, questo vestito, si era fedelmente
conservato tanto che Caterina Pigorini Beri (In Calabria, 1892) lo descrisse minuziosamente: “Il giubbetto corto, tagliato
militarmente.... e con le mostre e i risvolti con una certa pretesa guerresca e i bottoni lucidi, sovrasta ad una specie di
panciotto rigidamente abbottonato, fin dove cominciano i calzoni, tenuti sù da una larga cinghia di cuoio affibbiata, o da
una sciarpa rossa e scozzese a larghe righe a colori vivaci.... ecc.”. Nella prima Mostra provinciale d’arte popolare tenutasi a
Cosenza nel 1937 tale costume figurava esposto nella sua completezza, compreso il cappello specialissimo a cono “coperto di
vellutini fino al vertice, i quali ricadono in abbondanti fiocchi sulle falde, e, perché troppo stretto sulla testa, è
raccomandato ad un laccio legato sotto il mento”.
La tradizione martiranese è inverosimilmente concentrata anche e soprattutto nel vestito tipico femminile, la pacchiana. I vari pezzi che compongono l’abito hanno una simbologia molto eloquente sia nei colori adottati, sia nella scelta e lavorazione della stoffa utilizzata. Tutto il vestito, in ogni sua parte, era come una carta d’identità; era un’allegoria dello stato sociale della donna che lo indossava. Il vestito martiranese veniva indossato per la maggior parte dalle popolane che diversificavano l’accostamento delle stoffe in funzione del contesto in cui lo indossavano. Il tipico vestito può essere riassunto attraverso la descrizione di sette pezzi caratterizzanti: “a cammisa janca longa”, una camicia di tela equivalente all’attuale sottoveste; “u cursè”, corsetto munito di stecche rigide; “u pannu” (rosso se sposata, nero se vedova, marrone se signorina), che lascia intravedere dall’orlo “a cammisa”; “a cammigetta” (camicetta di cotone, ma se elegante è di pizzo o velluto);“a gunnedda” (gonna riccia o plissettata, nera se vedova); “u mantisinu” (grembiule di tibet, se elegante è di seta) che ricopre la “gunnedda”. Quest’ultima veniva portata in modo da formare posteriormente una grossa coda; la parte anteriore veniva raccolta all’altezza della vita e ripiegata all’indietro con un nodo che ne formava la coda: “a gunnedda s’abaza e forma a cuda”. In fine “u mannile”, striscia di stoffa che ricopriva la testa scendendo lungo il dorso fino alla vita.
Ricerca effettuata da Giovanni Lanzo
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Si ringrazia il consigliere Angelo Isabella e le giovani modelle Iolanda e Veronica.